IL BENE E IL MALE

affidiamoci alla provvidenza

2019-05-20

Nel libro IV della “Consolazione della Filosofia”, opera del VI secolo dopo Cristo, Severino Boezio affronta il problema del male e lo affronta nel seguente modo. Sembra che a prosperare sia l’iniquità e che “la virtù non solo resti senza ricompensa, ma venga, per di più gettata sotto i piedi e calpestata dagli iniqui”. A volte i giusti sembrano patire le pene che spetterebbero invece ai malvagi. Viceversa, i malvagi sembrano prosperare senza essere toccati da alcun male o castigo.

“Ora – dice Boezio – che questo accada sotto il governo di un Essere che tutto conosce, tutto può, ma vuole esclusivamente il bene, non può che suscitare in tutti un irrefrenabile sentimento di stupore e deplorazione”. In sostanza, se Dio esiste perché sembra permettere che i malvagi non vengano castigati e invece i buoni sì?

Boezio vuole subito rassicurare sul fatto che i vizi non restino mai senza punizione né le virtù senza ricompensa e, per dimostrare ciò, inizia un lungo discorso di cui faremo una breve sintesi.

Tutti gli uomini aspirano al bene, i virtuosi lo raggiungono, i viziosi no. Di conseguenza, i primi sono forti, i secondi deboli. I buoni si possono definire “uomini” in senso compiuto poiché raggiungono il fine della vita umana: il Sommo Bene. I malvagi, i viziosi, si allontanano dalla vita, dunque “non sono” afferma Boezio. Poiché il male coincide con il nulla, essi “non possono nulla”: il loro fare è più vicino al nulla che all’essere, alla morte che alla vita.

I malvagi, pur appagando i loro capricci, non sono in grado di realizzare ciò di cui hanno bisogno, dunque non sono felici. Il castigo per loro sarebbe un bene perché li porterebbe sulla via della sapienza. Dunque, il malvagio, il vizioso, non è felice: chi fa un torto è più infelice di chi lo subisce.

I re, prosegue Boezio, che vedi rivestiti di porpora, attorniati d’armi, minacciosi nel loro aspetto, se li osservi meglio li vedrai legati da ferree catene: i veleni delle passioni, il flagello della collera, il tormento dell’angoscia.

Il bene, invece, non si separa mai dai buoni. A una onesta condotta non manca mai un’appropriata ricompensa. Di fatti, il fine che ci si propone di raggiungere facendo qualcosa di buono è già una ricompensa. E il possesso del bene è una ricompensa in sé: poiché è la stessa bontà a costituire la felicità è evidente che i buoni, per il fatto stesso di esser buoni, risultano felici. Chi possiede il bene ha una ricompensa che non può essere offuscata né dalla malvagità né dal tempo, è quindi simile a Dio è il diventare come dei: sono i beati.

Al contrario, i malvagi hanno nella malvagità il loro castigo. Simili diventano alle bestie: l’avido al lupo; il litigioso al cane; l’imbroglione alla volpe; l’iracondo al leone; il pauroso al cervo; l’apatico e l’accidioso all’asino.

In conclusione, se il malvagio viene punito subisce un atto giusto, perché riceve la giusta punizione per i suoi vizi e questo è per lui un bene. Se non viene punito resta nel male, quindi anche se sembra prosperare è in realtà più morto che vivo. Il loro peggior castigo è non subire castigo. E nell’aldilà riceveranno la punizione che meritano e forse anche la pena eterna. Sono come dei malati, malati nello spirito.

Afferma Boezio: “Voi siete venuti al mondo per progredire nelle virtù e non per marcire tra i piaceri e le passioni. Combattete la vostra battaglia contro ogni tipo di sorte, per impedirle di abbattervi, quando è dolorosa, o di corrompervi, quando è gradevole. Tenetevi saldamente nel giusto mezzo”. Se il buono sembra ricevere qualche castigo o prova, è una disposizione della Provvidenza per far crescere nella virtù. “Nel regno della Provvidenza nulla rimane soggetto al capriccio del caso”.

Ma ci sono uomini virtuosi, santi e vicini a Dio a cui la Provvidenza non permette che siano colpiti da avversità, neppure da malanni fisici.

Affidiamoci, dunque, alla Provvidenza, chiedendo magari di rientrare in quest’ultima categoria!

(Maximiliano Cattaneo)

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, 1460

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